Categoria: Il mondo delle Cronache

  • Leonora e il Generale

    Leonora e il Generale

    «Non mi guardare così, Miranda» sogghignò Leonora. Erano rimaste sole e quando succedeva era ben contenta di passare a un tono più confidenziale. Davanti a tutti, doveva essere il Generale: all’inizio non era stato facile fare in modo che fosse rispettata quanto meritava. Ma lei l’aveva conosciuta come Miranda, il dono che suo nonno aveva voluto farle quando aveva sedici anni e l’aveva portata via per un po’ dalla corte del duca di Crisantia. Ci era voluto molto tempo, e sangue versato, perché la confidenza diventasse reciproca.

    «Dovresti conservare le forze, Leonora» disse, e l’altra vampira sorrise.

    «Lo sai che con uno scontro alle porte divento ancora più rabbiosa se me ne sto senza far niente»

    «Beh, almeno potresti nutrirti»

    «Lo farò. Domani, magari»

    «Domani?» il Generale fece per aggiungere altro, ma si fermò, vedendo il volto di Leonora adombrarsi. La contessa fece un cenno con la mano, come a dire che quel discorso era finito e poi inspirò profondamente. Sapeva di non essere l’unica, lì, a cercare di evitare un discorso sgradevole. Il Generale non era una sua creatura, ma avevano passato così tanto tempo insieme che non era difficile intuirne i pensieri.

    «Domani dovrebbe tornare Mario dal quarto a ovest; dovrò nutrirmi per forza, contenta? Perché c’è un discorso che stiamo evitando, tutti quanti, e per farlo mi serve lui, e mi serve Nodier»

    «Mmh… io continuerei ad evitarlo, quel discorso» brontolò, distogliendo lo sguardo. «A proposito di Mario: ma che cos’ha? Ultimamente è sempre cupo e lui non era così»

    Leonora alzò le spalle: «Non mi piace farmi gli affari delle mie creature» iniziò. Si avvicinò a una rastrelliera, sfilò una delle lance e cominciò a esaminarne il filo «ma credo che Mario pensi molto alla sua famiglia, ultimamente»

    «Ah» il tono del Generale non era sorpreso come Leonora si era aspettata e le fece alzare lo sguardo dall’arma al suo volto «Ai trasformati succede. Di pensare alla vita di prima e non riuscire facilmente a togliersene il pensiero, intendo. Poi passa da solo» spiegò.

    «Anche a Souprien comincia a mancare la sua terra di nascita» insistette Leonora, come saggiando l’effetto che le sue parole avevano sull’altra vampira.

    «Non prendertela: se fosse dipeso da lui non sarebbe mai partito mercenario, non mi sorprende. Mario invece… ma alla fine tornare a casa e scoprire di non aver più né casa né moglie e figlio dev’essere stato un colpo. Per forza che ogni tanto ci rimugina su»

    «Capita anche a te?»

    Miranda distolse di nuovo lo sguardo e si strinse nelle spalle. Poi, visto che Leonora continuava a fissarla fece una smorfia e assunse un’espressione impertinente: «Esattamente, cosa pensi che mi manchi? Il signorotto che allungava le mani sulle braccianti?» Leonora rise «Vestirmi da maschio no, quello lo faccio ancora» insistette il Generale.

    «Allora vi mancheranno le gonne» sogghignò Leonora.

    «Sì, e le serve di vostra madre quando spettegolavano» rispose Miranda.

    Il brano sopra è tratto dalla prima bozza del terzo romanzo, a cui sto lavorando da circa nove mesi (sì, più di un parto…), e mi dà l’occasione di parlare un po’ del rapporto tra due dei personaggi principali dei romanzi in genere: la contessa Leonora e il Generale Miranda.

    Questo terzo romanzo si sta orientando a mostrare un po’ di retroscena rispetto agli altri due già pubblicati e il rapporto tra le due vampire è uno di questi. In Restano solo i corvi il Generale ha raccontato al famiglio di Leonora, Alexandra, di essere stata una schiava, un tempo, e di aver imparato a leggere, a scrivere e a usare le armi da Leonora.

    Non credo di aver mai raccontato però come Miranda sia finita schiava, o che cosa ci sia dietro lo scambio di battute sul vestirsi da maschio… che dite, è una storia che vi piacerebbe sentire?

  • Feste e calendari

    Feste e calendari

    La fine dell’anno mi sembra il momento giusto per parlare di feste e calendario nel mondo delle Cronache delle Tre Genti.

    La struttura del calendario, intesa come conteggio degli anni e insieme di punti fissi (mesi, settimane e festività), risente molto degli eventi che distinguono il mondo delle Cronache dal nostro e in particolare del fatto che il cristianesimo (paolinismo nel mondo delle Cronache) non ha mai raggiunto, almeno in Occidente, la prevalenza che ha invece nel nostro.

    Del conteggio degli anni abbiamo già parlato nel post dedicato alla cronologia del nostro mondo: gli anni si contano ancora a partire dalla fondazione di Roma. All’epoca in cui sono stati ambientati i romanzi e i racconti finora pubblicati, incluso il romanzo che deve ancora venire, Roma non è più la città influente di una volta dal punto di vista politico. Un accordo tra gli imperatori Eurico e Giustiniano l’ha resa una specie di capitale culturale, governata da due legati religiosi nominati dall’imperatore orientale e da quello occidentale (dal re italico dopo la disgregazione dell’impero occidentale). Proprio in virtù di questa sua caratteristica e dal conservatorismo di una parte degli umani e buona parte dei vampiri, gli anni sono ancora conteggiati alla maniera antica.

    Il calendario è di dodici mesi, caratteristica che quello romano aveva assunto da tempo, con inizio dell’anno a gennaio. Anche questa tradizione risale a prima della riforma giuliana (cioè a opera di Giulio Cesare) del calendario, che fissò definitivamente il capodanno a gennaio. Inizialmente la chiesa non lo festeggiava, come tutte le feste collegate al mondo terreno. A maggior ragione nel mondo delle Cronache, dove il paolinismo non è mai riuscito a dettare legge alle autorità civili come nel nostro mondo, diventa difficile impedire ai paolini di partecipare a un’occasione di festa come il capodanno, tanto più se non partecipano ai riti degli altri culti. Questi ultimi, detti genericamente “religione degli avi” nella parlata comune, comportano ancora sacrifici, banchetti, esposizione di immagini, parate e altri rituali. Alcuni di questi però hanno assunto un significato più civico che religioso e in questo senso capita che paolini e non paolini si mescolino in qualche celebrazione, con o senza l’approvazione dei sacerdoti.

    Non dobbiamo dimenticare quanto, soprattutto nel mondo romano, l’adesione intima alla religione “pagana” non è richiesta ai praticanti come invece fa la religione cristiana. Non esisteva insomma l’ortodossia, cioè l’alternativa tra l’essere nella giusta opinione o nel torto e quindi eretici. Esisteva l’ortoprassia, cioè la corretta celebrazione dei riti e del culto. Non approfondisco qui per non divagare, ma se siete interessati potete partire dai libri di John Scheid o Maurizio Bettini, che tratteggiano molto bene la differenza tra le religioni.

    Per tornare al nostro calendario nel mondo delle Cronache, non dobbiamo dimenticare l’esistenza delle settimane, anche queste già stabilite come cicli di sette giorni dalla riforma giuliana del calendario (in precedenza erano di otto). Lo scopo della settimana è quello di fissare i giorni del mercato settimanale, delle udienze e dei bandi: se la gente del contado si riunisce in un certo punto per il mercato, anche tutto il resto della vita civile è facilitato.

    Infine, per quanto riguarda le festività: la loro osservanza dipende da chi governa la regione (ducato, contea ecc…). Nel mondo delle Cronache si applica un antesignano del principio che nel nostro mondo si afferma molto più avanti, con la riforma protestante: cuius regio, eius religio, cioè chi governa la regione, governa la religione. Una contea appartenente a una famiglia paolina osserverà le feste collegate a quel culto, sebbene la legge imponga tolleranza tra i due.

    Che ne è quindi nel mondo delle Cronache delle tre Genti della festività tra le più seguite anche dai non paolini nel nostro, il Natale?

    Ve ne parlo sul canale Youtube delle Cronache:

    Di quale festività sareste curiosi di conoscere lo sviluppo che ha avuto nel mondo delle Cronache? Fatemi sapere e penserò a un video o un post mirati.

  • Dalla Storia alla storia

    Dalla Storia alla storia

    In uno degli ultimi video del canale Youtube vi ho raccontato come capita di trovare ispirazione per un racconto a partire da un fatto curioso avvenuto nella vita reale. Ma anche la Storia a livello più alto può essere di ispirazione per una storia con la s minuscola, un racconto, una narrazione all’interno del nostro mondo.

    Il mondo delle Cronache delle Tre Genti è un fantasy ucronico: significa che prende avvio da un fatto storico, ipotizzando che si sia svolto in modo diverso. A proposito di ucronie: è uscito da poco per Adelphi un libro di Emmanuel Carrère intitolato proprio Ucronia, appena riesco a metterci le mani vi farò sapere. Le ucronie sono un bellissimo (secondo me) esercizio di “e se…”, che possono fermarsi alla singola storia o costruire un mondo intero, come sta succedendo per le Cronache.

    Il brutto e il bello di costruire un mondo basato sull’ucronia è che qualsiasi cosa può e deve trovare un suo posto, in coerenza con il mondo costruito. Più di qualche volta sul blog e sui social ho citato l’esistenza di un documento che è la mia guida alle Cronache e contiene appunti, schemi e riflessioni. Trattandosi di un’ambientazione che si sviluppa nell’arco di circa 800 anni (dalla battaglia del Frigido agli anni in cui si svolgono i fatti dei romanzi Restano solo i corvi e L’ultimo inverno del leone), qualsiasi fatto dell’antichità e alto medioevo deve trovare una sua collocazione, fosse anche “fuori dalla porta”. Vale a dire senza un posto in questo mondo.

    Ve lo scrivo perché ci ho pensato quando, di recente, sono stata a visitare la città di Aquileia. Se vi capita, fatevi un giro: i siti di interesse storico sono ben tenuti e ben coordinati, all’ufficio turistico vi danno mappa e audioguida scaricabile che vi aiutano a fare il giro senza perdervi niente, con biglietto unico per tutti i siti. Si visita in giornata.

    Aquileia ha avuto una storia significativa: ha raggiunto i 100.000 abitanti attorno al II secolo d.C. ed è andata crescendo di importanza grazie alle sue mura e alla sua posizione con il porto fluviale che si sviluppava su due livelli. Ha visto intensificarsi la presenza imperiale in città nell’epoca dell’impero romano e di conseguenza vi si sono svolte alcune contese conclusesi con la morte di uno dei pretendenti al trono. Era sede del patriarcato, titolo che conservò comunque per qualche secolo dopo il suo declino, iniziato con la distruzione della città da parte degli Unni nel 452 (anche se tra VIII e XI secolo il patriarcato si spostò prudentemente a Cividale).

    La cronologia che vedete sotto, è tratta da uno dei pannelli esplicativi al Museo Archeologico, ed è quello che mi ha fatto riflettere sul ruolo di Aquileia nel mondo delle Cronache:

    Mi sono chiesta: una città così importante, anche se è fuori dalle mappe che ho disegnato finora, che ruolo può avere nel mondo delle Cronache? Una città così marcatamente paolina, che consegna a Teodosio un suo oppositore pochi anni prima della battaglia del Frigido?

    Ci ho pensato un po’: una città assediata da Giuliano prima e palesemente dalla parte di Teodosio poi non sarebbe sopravvissuta a lungo in un mondo in cui la battaglia del Frigido è stata vinta invece da Eugenio. Dopo la battaglia, Aquileia del mondo delle Cronache cade in prematuro declino. I magistrati della città che ha appoggiato Teodosio contro Eugenio vengono sostituiti; il vescovo paolino e il suo seguito si imbarcano per l’oriente e la grande chiesa che stava per essere ampliata rimane incompiuta. La città si contrae attorno al suo porto e alla laguna.

    Tra le pene imposte alla città per la ribellione, Eugenio la depriverà del suo stemma e del suo nome. La pena durerà per alcuni secoli, durante i quali la città prenderà il nome di Serapia, dalla statua di Serapide che veglia sul porto.

  • Cronache social

    Cronache social

    Aggiornamento rapido e qualche anticipazione: la settimana scorsa, precisamente il 5-6 settembre, è stata la ricorrenza della battaglia del fiume Frigido. Per il mondo delle Cronache è un evento importante: è il punto della storia in cui la nostra storia diverge da quella delle Cronache.

    Per questo, in questi due giorni ho inaugurato due nuovi canali social che potete frequentare per essere sempre aggiornati, per conoscere meglio il mondo delle Cronache e per tenervi in contatto. Mi piacerebbe.

    Uno è il canale Youtube. Per ora penso di postare uno o due video al mese; non molto, ma mi vedrete in viso (non che vi perdiate niente, altrimenti, eh…). Nel canale youtube parlerò di eventi del mondo delle Cronache e occasionalmente di libri che leggo per costruirlo, dell’andamento della stesura del nuovo romanzo. Qui sotto potete vedere il video inaugurale, in cui vi parlo proprio della battaglia del Frigido:


    Nei prossimi video farò un po’ di prove per trovare una formula che mi piaccia. Qualche idea (a parte acquistare dell’attrezzatura un attimo decente)?

    L’altro canale invece è un profilo Instagram. Sarà un canale più spontaneo, con immagini e reel anche poco studiati, qualche volta più di intrattenimento, badando alla sostanza più che alla forma. Mi trovate come @cronache_delle_tre_genti. Il primo post è qui:

    Mi venite a trovare sui nuovi canali?

  • Spade a due mani

    Spade a due mani

    Lenta lenta procede la prima stesura del terzo romanzo, prequel degli altri due, e con questa stesura mi sto addentrando sempre di più nel lato bellico del mondo delle Cronache delle Tre Genti. Inevitabile quindi tornare a parlare di armi.

    La spada che vedete a lato è uno spadone a due mani; l’immagine viene dal web e mi è stata di ispirazione per il primo romanzo, Restano solo i corvi, per l’arma del duca Artemius.

    Se questo fosse un romanzo storico, ci sarebbe un problema: il romanzo è ambientato nel 1954 ab Urbe Condita, ovvero circa nel nostro 1197 a.C. Un po’ prestino per una spada a due mani.

    Conservata al museo Zwinger a Dresda, la spada qui sopra risale al XVI-XVII secolo

    Cito da una delle letture preparatorie per il prossimo romanzo:

    Dal 1100 al 1350 l’armeggio appiedato del cavaliere avveniva generalmente con spada e scudo, sempre con quelle stese armi che adoperava anche a cavallo. Le azioni tecniche erano ancora molto semplici, colpendo con la spada principalmente di taglio e proteggendosi con lo scudo; a queste si univano pure azioni d’urto con lo scudo e di lotta […]. Di tale periodo però si conosce dalle raffigurazioni contemporanee, con precisione solo le posizioni di guardia, desumendone inoltre alcuni dei modi di colpire […]. Dopo la metà del Trecento invece lo scudo andrà in disuso specialmente nel duello, questo perché l’armamento difensivo sulla persona lo proteggeva ormai adeguatamente; s’inizierà però anche ad adoprare armi offensive più adatte proprio contro un simile armamento, come l’azza, la spada a due mani, eccetera.

    Antonio G.G. Merendoni, L’arma e il cavaliere: l’arte della scherma medievale in Italia nei secoli XII-XIV, Rimini, Il Cerchio, 1999, p. 9

    Ovviamente “spada a due mani” è una tipologia di arma: le varianti, tra cui la tedesca Zweihander che è forse la più famosa, o la Claymore scozzese, sono molte. Esisteva anche la spada cosiddetta “a una mano e mezza” o bastarda. Come tipologia, il suo arco di storia va dalla Guerra dei Cent’anni fino al XVII secolo e, come la maggior parte delle armi bianche, cade in disuso con il diffondersi delle armi da fuoco.

    Compagna della spada a due mani è l’armatura a placche: quella che nel nostro immaginario è l’armatura del cavaliere per eccellenza. Tenere una spada con due mani significa infatti, come spiegato nella citazione più sopra, che non si può contemporaneamente maneggiare anche uno scudo e quindi l’armatura deve essere più che resistente da sola. Alcune tecniche inoltre prevedono che il colpo sia guidato o indirizzato con una mano non sull’impugnatura, ma sulla lama. Buona cosa quindi avere su quella mano un robusto guanto di ferro, per non affettarsi accidentalmente.

    Anche prima del periodo medievale, esistevano spade lunghe, anche se non così lunghe. Le spade lunghe delle popolazioni galliche avevano lame di 80, eccezionalmente 90 cm, le spade a due mani avevano lame di circa un metro (Zweihander e Montante spagnolo qualcosa di più) e la lunghezza totale si aggirava attorno al metro e mezzo. Il peso si aggira intorno ai due chili, a seconda di lunghezza e tipologia, che non è poco.

    Un’arma che non consente l’uso dello scudo, pesante da maneggiare: significa che nel mondo delle Cronache è l’arma d’elezione dei vampiri, che fanno a meno non solo dello scudo, ma spesso e volentieri anche dell’armatura, e che hanno forza più che sufficiente a maneggiarne una? Sì e no.

    Sicuramente nel mondo delle Cronache la spada a due mani si è sviluppata anticipatamente: l’arrivo massiccio degli archi lunghi in seguito alla cacciata dei serpenti ha portato ad un passaggio rapido dai piastroni antichi alle armature a placche, non le preferite dai vampiri perché gravano molto su un combattente che ha meno necessità di sacrificare la velocità alla sicurezza. La cotta di maglia, che è arrivata nel regno dall’impero orientale molto presto, non è altrettanto efficace contro i dardi di archi lunghi e balestre; per questo viene sostituita almeno in parte e in certi contesti da armature a placche, che a loro volta spingono allo sviluppo di certi tipi di armi.

    Nonostante questo, la spada a due mani resta un’arma difficile da maneggiare se non altro per la sua lunghezza. Un combattente non eccessivamente alto deve considerare con attenzione se il gioco vale la candela e se la sua forza è tale da consentirgli di usare un’arma del genere: se per un vampiro la forza non è un problema, la lunghezza è un fattore determinante. Secondo i precetti di Filippo Vadi (De arte gladiatoria dimicandi) la spada, con la punta a terra, deve arrivare all’ascella. Provate: io sono poco sotto il metro e sessanta (un metro e cinquantotto per la precisione), significa che non potrei usare una spada oltre il metro e dieci. Oltre questa misura, la spada diventa più ingombrante che utile.

    Combattenti di tutte le razze, purché adeguatamente forti e alti, possono addestrarsi quindi all’uso della spada a due mani. Chi invece, Leonora in testa a tutti, privilegia la velocità (e nel suo caso le manovre che le consentono di colpire dall’interno della guardia dell’avversario, che si trova così con la sua arma oltre il bersaglio) permettendosi di rischiare un pochino di più, ha altre scelte a sua disposizione: spada e scudo, spada e pugnale, coltelli lunghi…

  • Armi e armature

    Armi e armature

    Finora, i romanzi e i racconti delle Cronache delle Tre Genti hanno spesso visto scontri e battaglie: anche se all’epoca di Restano solo i corvi il regno italico non vede guerre al suo interno da circa duecento anni, la prudenza non è mai troppa e al motto di si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace preparati alla guerra) la produzione di armi e armature è comunque un’industria importante in tutte le Cronache.

    Per scrivere di armi e armature ho dovuto tener conto di due fattori: quello che può essere sulla base delle conoscenze di metallurgia e lavorazione del legno e del cuoio e quello che avrebbe potuto essere in un mondo come quello narrato. Mi spiego meglio.

    Se pensiamo ad un guerriero medievale del nostro mondo, pensiamo alla cotta di maglia, o all’armatura completa (che poi di fatto non è proprio medievale, ma pazienza). Nel nostro mondo, i soldati bizantini conoscevano e usavano la cotta di maglia nel VI secolo, in occidente invece dobbiamo aspettare il XII secolo. Non entro neanche nel dibattito sull’importanza delle staffe per lo sviluppo della cavalleria; se vi interessa, vi suggerisco qualche lettura. Ne faccio tante, di solito, per prepararmi a scrivere questo o quell’episodio delle Cronache, quindi qualche titolo magari ve lo trovo. Deformazione professionale, scusate.

    Quando, nel mondo delle Cronache delle Tre Genti, Giustiniano manda Narses a cercare di riconquistare l’occidente per lui, è possibile che l’impero occidentale abbia cominciato a fare cotte di maglia anche per i propri guerrieri? Certo ne ha avuto l’opportunità e senz’altro la presenza di guerrieri “ad alto impatto” per così dire, come vampiri e lupi mannari, ha spinto i guerrieri umani a corazzarsi di più, considerato che alla guerra contro Giustiniano ne sono seguite parecchie altre che hanno mandato in pezzi l’impero (v. la cronologia, ma anche L’ultimo inverno del leone).

    E per quanto riguarda vampiri e lupi mannari? La loro presenza potrebbe invece aver spinto a scartare un tipo di armatura così pesante come la cotta di maglia o l’armatura intera. Leonora, la contessa di Mondecorvi, compare all’inizio del primo romanzo in battaglia con gambali e bracciali di cuoio e soltanto il plaustrum a copertura del cuore. Un vampiro, per essere ucciso, dev’essere decapitato, dissanguato o gli si deve spaccare il cuore. Un lupo mannaro sopporta parecchie ferite, se non sono inflitte con l’argento, che, con buona pace del folklore, non è un metallo particolarmente adatto alle armi.

    Per questo tipo di guerrieri, le imbottiture che si devono indossare sotto l’armatura o protezioni di cuoio indurito, magari a più strati, sono più che sufficienti: inutile sacrificare l’agilità per una protezione che ha meno ragione di essere. Questo presenta anche un vantaggio economico: con una quantità minore di ferro, si proteggono più guerrieri. Il plaustrum, la corazza dei vampiri, non è poi così grande:

    Il ventre era piatto, quasi incavato, e aveva più seno di quello che Alexandra si aspettava: ora che si stava vestendo, vide che il modo in cui allacciava la fascia tendeva a schiacciarlo. Aveva visto usare la fascia in quel modo solo una volta, da una donna travestita da ragazzo, e le era sembrato molto sconveniente, ma visto che la signora portava anche abiti da donna, si disse che probabilmente era un’abitudine da soldatessa, per tenere il seno immobile anziché alzarlo perché si intravedesse dalla scollatura degli abiti, come facevano le dame e come era stato insegnato a lei. In effetti, sopra la fascia Leonora indossò quella che sembrava una piccola corazza composta da due piastre metalliche che sistemò una sopra il seno sinistro, e una sulla schiena nello stesso punto, tenendole ferme con due cinghie che si allacciavano una sulla spalla destra e una sotto il seno destro. «Questo è un plaustrum» spiegò «nel caso in cui non ne abbiate mai visto uno, una corazza da vampiro. Per nostra fortuna non abbiamo molti punti deboli e possiamo viaggiare leggeri»

    Restano solo i corvi, p. 123
  • 1754 a.U.c

    1754 a.U.c

    Scusate l’assenza… qualcosa ha cominciato a bollire in pentola a Mondecorvi e sembra proprio che quello che ho iniziato non sia un racconto. Non un racconto breve, almeno.

    Guardate la mappa qui sopra: questa è la situazione della parte settentrionale del Regno attorno al 1754 a.U.c. (ab urbe condita: cioè dalla fondazione di Roma, perché nel mondo delle Cronache questo è il conteggio ufficiale degli anni, dato che il cristianesimo, o paolinismo come viene chiamato, non è mai stato determinante per la storia quanto lo è nel nostro mondo).

    Cosa notate? Rispetto ad altre mappe pubblicate, qui nel sito o nei due romanzi, c’è una differenza non di poco conto. Le vicende narrate in questa storia faranno un passo avanti verso la situazione che abbiamo conosciuto in Restano solo i corvi.

    Ma per ora ho appena iniziato e come dicevano in un film di Lynch recentemente rifatto: “L’inizio è un momento di instabili equilibri”. Considerata la situazione nel regno delle Cronache, verrebbe da dire che l’instabile equilibrio è invece la condizione normale del regno.

    Soprattutto quando comincio, tendo a essere lenta: il cervello è già avanti e scalpita, le mani devono avere il tempo di mettere giù le frasi. Il cervello fa già intrecci e collegamenti, le dita sulla tastiera devono mettere giù un passo e un dialogo alla volta. Per ora abbiamo due ragazzini mannari in fuga, che finiscono sotto l’ala protettrice di Leonora e della matriarca di uno dei villaggi di Mondecorvi e una creatura di Leonora che si è cacciata in un bel guaio lì nel ducato del Golfo…

  • La religione nel mondo delle cronache

    La religione nel mondo delle cronache

    Nel mondo delle Cronache, la religione ha avuto un’evoluzione nettamente diversa dalla nostra. La vittoria di Eugenio sul Frigido (v. Cronologia) ha impedito che in Occidente il paolinismo, com’è detta la principale religione monoteista dal nome della sua figura principale, Paolo, diventasse religione di stato. Tra i primi atti di Eugenio, una volta riaffermato il suo potere come imperatore d’Occidente, c’è la condanna a morte di Ambrosius, il sacerdote degli imperatori che viene accusato di tramare all’ombra del trono e di attentare alla concordia delle genti.

    Non tutti considerano il paolinismo una religione: anche se ha alla base l’idea di un dio unico e di un aldilà in cui si verrà ricompensati o puniti, e i suoi sacerdoti impartiscono lezioni morali ai seguaci del culto, ci sono diverse correnti, nessuna delle quali ha più rilevanza rispetto alle altre. Chi non lo pratica, tende a considerarlo più una filosofia morale, simile al pitagorismo, perché i suoi adepti ascoltano invece di discutere come in altre scuole filosofiche, ma soprattutto al platonismo: anche Paolo non espone la sua filosofia in prima persona, ma lo fa attraverso i miti e i detti di una figura che, agli occhi degli estranei, non è troppo dissimile da uno dei tanti semidei dei miti antichi.

    Mentre nell’impero orientale il paolinismo è da sempre la religione della casa reale, in occidente lo diventa in modo stabile solo con il ritorno della dinastia teodoriciana sul trono, all’epoca della fondazione del Consiglio dei Nobili Vampiri (1504 a.u.c.). La tendenza generale è di tolleranza reciproca tra il paolinismo e gli altri culti eredi di quelli antichi, che solo in contrapposizione al paolinismo sono detti genericamente “religione degli avi”. Dietro quest’ultima non c’è una filosofia univoca o una struttura rituale uniforme: la religione che era stata dell’impero antico permane in alcune festività o istituzioni osservate, ma il numero dei culti e dei riti è infinito.

    Il paolinismo è seguito soprattutto dagli umani e di rado dai lupi mannari. Quasi mai è praticato dai vampiri, che non sono attratti da una filosofia che mette così tanto l’accento sulla mortificazione degli appetiti per guadagnare un premio nell’aldilà.

    Episodi di intolleranza si verificano, ma sono condannati dall’opinione comune, e il più delle volte la religione è motivo di coesione per una guerra tra le genti: ne sono esempio la cacciata dei serpenti, che ha visto contrapporsi nelle isole britanniche vampiri e umani, questi ultimi guidati dal nobile paolino Patrizio, o la fondazione della confraternita di monaci guerrieri detti Milites Martini.

    Attorno al 1348 a.u.c. una nuova filosofia/religione di derivazione neoplatonica si affianca al paolinismo: la elaborano un mercante filosofo, Mehmet, e sua moglie Khadija. La nuova filosofia porrà le basi per l’unione delle tribù che in occidente sono note con il nome di Sarrasin; in questa filosofia, ogni cosa ha origine dall’eterno mescolamento, unione e separazione di due opposti, rappresentati dalla coppia divina Alla e Manat.

  • Famigli, disponibilità, concubine

    Famigli, disponibilità, concubine

    Concubine, Disponibilità e Famigli sono esseri umani che si definiscono in questo modo per la relazione che hanno con un vampiro.

    ‘Concubina’ è un termine generale che indica la donna umana che un vampiro sceglie per dare alla luce il suo erede. Nel mondo delle Cronache ci sono due modi per diventare vampiri: uno è quando un vampiro trasforma un umano in vampiro, facendogli bere il proprio sangue. Questa trasformazione può essere rapida se l’umano è già in punto di morte (pratica comune sui campi di battaglia, quando un condottiero vampiro trasforma i suoi soldati umani morenti perché tornino a combattere) o più lenta e in questo caso richiede ingenti quantità di sangue da parte del vampiro. L’altro modo è una trasformazione spontanea, che si verifica tra i sedici e i ventiquattro anni per i figli di un vampiro e di un’umana. Dal 1533 ab urbe condita non è più legale chiamare matrimonio questa unione, perché la morte della donna è data per scontata (in realtà, nel caso raro in cui nasca una femmina, la madre sopravvive). Non è detto che la donna sia di stato non libero: capita più spesso che venga invece scelta la figlia di un qualche nobile di basso rango o di un cavaliere, a volte per pagare un debito, di denaro o di riconoscenza, contratto dal padre della ragazza, a volte perché si tratta di una figlia cadetta, per cui la famiglia difficilmente vorrebbe o potrebbe pagare la dote. Proprio perché ci si aspetta che la donna muoia durante il parto, tra lei e il vampiro non c’è quasi mai un legame sentimentale o affettivo.

    La Disponibilità è una funzione che un umano, di solito un servitore, libero o meno, svolge all’interno del castello di un vampiro nobile o di una guarnigione di soldati delle terre di un vampiro nobile. Il suo compito è quello di donare il sangue a richiesta; un servitore può essere adibito esclusivamente a questo compito, ma più di frequente c’è una qualche forma di turnazione per consentirgli di riprendersi. Sono in genere trattati bene perché dal loro benessere dipende la qualità del sangue che i vampiri ricevono. Solitamente, dopo un certo numero di anni a servizio, vengono destinati ad altre funzioni o comunque gli si consente di ritirarsi.

    Il Famiglio è lo schiavo personale di un vampiro nobile; molto raramente un essere umano diviene volontariamente un Famiglio pur essendo di stato libero. Esistono degli “allevamenti” di Famigli in cui persone di stato non libero sono cresciute e istruite appositamente per essere vendute come Famigli. Questi allevamenti prendono il nome di serragli e hanno una reputazione altalenante: persino tra i vampiri nobili c’è chi non ne apprezza l’attività. I Famigli sono considerati, potremmo dire, alla stregua di animali domestici: c’è chi li ritiene una proprietà preziosa da salvaguardare e magari ostentare come segno di ricchezza e chi ritiene di farne oggetto dei propri capricci anche crudeli. La relazione tra un Famiglio e il suo vampiro ha quasi sempre anche una connotazione sessuale: il vampiro si aspetta di essere intrattenuto dal proprio Famiglio, oltre che di ricevere sangue a piacimento, e il trattamento che subisce il Famiglio dipende da questa idea di intrattenimento. I Famigli sono l’unica tipologia di schiavi per cui non ci siano leggi che li tutelino: c’è un limite alle punizioni che si possono infliggere agli schiavi comuni e le leggi impongono anche un minimo di sostentamento che dev’essere loro garantito. Per i famigli, tutto questo non vale. Il segno distintivo di un Famiglio è il collare, che dovrebbe indicare agli altri vampiri che si tratta di un umano da non toccare: capita però che in una disputa un vampiro cerchi di dimostrare la propria superiorità su un altro vampiro attaccando, ferendo o addirittura uccidendone il Famiglio. 

  • Le tre genti: i lupi mannari

    Le tre genti: i lupi mannari

    Delle tre genti, finora i lupi mannari sono quelli che sono comparsi meno nei romanzi e nei racconti: in L’ultimo inverno del leone e soprattutto in Sguardo d’ambra sono un po’ più presenti, ma per ora restano un po’ defilati. Scopriamo meglio chi sono i lupi mannari nelle Cronache.

    L’importanza sociale dei lupi mannari è sempre stata maggiore nelle popolazioni cosiddette barbariche rispetto all’impero antico, dove non hanno mai costituito un gruppo sociale coeso. Con l’arrivo massiccio nell’impero di popolazioni del nord o di gruppi di incursori del tutto o in parte composti da lupi mannari, anche la loro importanza nell’impero cresce e finiscono per diventare una delle tre genti.

    Sono comunque i meno numerosi: un lupo mannaro è tale dalla nascita e un umano non può essere trasformato in lupo mannaro in un momento qualsiasi della sua vita, al contrario di quanto accade per i vampiri. Anche per questo motivo, tendono a circondarsi di loro simili, o piuttosto a isolarsi (nei boschi, in fattorie dagli appezzamenti molto estesi) quando non è possibile.

    Quando sono state stabilite le divisioni del regno e alcune di esse sono state assegnate a famiglie di lupi mannari, molti gruppi (famiglie, branchi o villaggi), vi si sono trasferiti da altre terre. In altri casi, tuttavia, le comunità sono rimaste al loro posto, spesso raggruppate in villaggi molto uniti al loro interno e integrati solo in parte nella baronia, contea o ducato cui appartengono. La scelta se spostarsi o restare dipende dall’atteggiamento degli altri villaggi o del governante di turno nei loro confronti.

    La successione avviene per via matrilineare: nella loro cultura è la madre che dà continuità alla famiglia e lo sposo viene “adottato” dalla famiglia della moglie. È capofamiglia la donna più anziana, e un villaggio di lupi mannari ha una matriarca, come viene chiamata la capovillaggio. Non si attende quasi mai la morte della regnante in carica per la successione: la figlia primogenita succede alla madre abbastanza presto, in modo che quest’ultima possa affiancarla per lungo tempo negli affari del ducato, contea o baronia. In quest’ultimo caso, il passaggio del comando avviene di solito prima che l’erede abbia figli, mentre nei villaggi la nuova matriarca assume il ruolo una volta che ha cresciuto i propri figli.

    Nonostante questo ruolo significativo delle donne nella loro cultura, non è usuale che le donne combattano, come invece succede tra i vampiri, i quali consentono anche alle donne umane di fare altrettanto, se lo desiderano. I lupi mannari distinguono infatti tra le battaglie combattute per la sopravvivenza, a cui le donne partecipano al pari degli uomini, e quelle che definiscono “da umani”: per i confini, per questioni commerciali, per rappresentanza… queste ultime non le sentono proprie fino in fondo e anche se nel mondo delle Cronache possono essere una necessità, non sono un’attività a cui i lupi mannari ritengono che le loro donne debbano abbassarsi. A differenza degli umani comunque non hanno generalmente un’opinione negativa delle donne di altre genti che usino abitualmente le armi. Se la figlia di una nobile mannara desidera imparare l’uso delle armi e scendere in battaglia regolarmente ha due scelte: lasciare la famiglia oppure chiedere alla madre una dispensa speciale, che viene di solito concessa solo alle figlie più piccole, quelle che meno probabilmente si troveranno ad assumere il ruolo dominante.

    Il carattere della trasformazione si manifesta con la pubertà, quando la prima trasformazione avviene spontaneamente e comporta il passaggio completo alla forma di lupo. Per i lupi mannari è motivo di festa e il bambino o la bambina conservano in una bulla, un amuleto appeso al collo, un ciuffo di pelo della prima trasformazione, che tradizionalmente è raccolto dalla capofamiglia o dalla matriarca. Le successive trasformazioni sono volontarie, sebbene può capitare, in situazione di pericolo, che il lupo mannaro preso dal panico si trasformi contro la propria volontà. La luna piena aumenta il desiderio della trasformazione, acutizza i sensi e rende i lupi mannari un po’ più lupi e un po’ meno uomini, ma non li obbliga a mutare forma. Con il tempo, apprendono ad arrestare la trasformazione a metà a proprio piacimento e possono quindi decidere se assumere una forma completamente lupina o una forma ibrida, di uomo-lupo. Questa abilità è esercitata soprattutto da chi svolge la professione di soldato, per i vantaggi che la stazione eretta e una zampa con il pollice opponibile comporta.

    I lupi mannari sono molto protettivi nei confronti dei bambini e qualche volta questo tratto si rivolge anche verso i bambini umani o verso chiunque considerino un amico o un loro protetto. È un’offesa molto grave, accusare un lupo mannaro di non prendersi cura dei propri figli.

    Le ferite non mortali guariscono quasi all’istante, ad eccezione di quelle inferte con armi d’argento o bagnate di succo di aconito che è l’unico veleno a cui sono vulnerabili (un trattato antico menziona come i lupi mannari siano sensibili anche al veleno delle api, ma questo non è mortale per loro come non lo è per gli umani). Ferite molto gravi invece richiedono tempo e gli arti staccati non ricrescono. Un lupo mannaro può quindi essere decapitato da armi normali, perciò non è necessario usare l’argento per ucciderli, anche se occorre abilità e velocità per far fronte ai loro attacchi. Vale anche per il fuoco: se un lupo mannaro scampa al fuoco, ha più probabilità di guarire rispetto ad un umano, ma può morire bruciato vivo e ustioni molto estese o gravi, se non uccidono, possono lasciare danni permanenti.

    I loro sensi sono più acuti di quelli degli umani, ad eccezione della vista; si ammalano di rado, i parti gemellari sono frequenti e spesso i lupi mannari nascono tra la fine dell’autunno e l’inizio della primavera, tanto che fra i vampiri si è diffuso il modo di dire “nato d’inverno come un lupo mannaro” per dire che qualcuno è particolarmente ostinato. Non si può dire che tra vampiri e lupi mannari ci sia ostilità aperta, almeno da quando le divisioni del regno italico si sono stabilizzate. Il modo di dire appena citato dimostra che rimane comunque una certa diffidenza di fondo, retaggio del periodo successivo alla divisione degli imperi, quando le tre genti lottavano per un equilibrio che non consentisse a nessuna delle tre di prevalere.